Luna Piena in Vergine. La saggezza del torto

La Luna si fa Piena nel territorio della Vergine questo mese, mentre il Cielo si riempie a poco a poco dell’energia dei Pesci. Territorio antitetico in cui Venere è in transito già da queste ore, facendo compagnia al Sole. Così mentre il Cielo sembra chiedere fluidità, tolleranza, capacità di entrare in empatia con quanto ci sta attorno, la Luna si fa specchio delle nostre resistenze e ci consente di vederle.

La Luna questo mese è musa del nostro bisogno di controllo su quanto viviamo.

Farà emergere le situazioni in cui abbiamo ancora necessità di dividere il giusto dallo sbagliato, il torto dalla ragione. Quella ragione che fa più vittime di una guerra nelle nostre esistenze, che ci arma il pensiero e la lingua. Per avere ragione delle nostre categorie mentali, del giusto e dello sbagliato che ci raccontiamo, diventiamo spesso capaci di ferire quanto in verità non avremmo mai desiderato. L’obbedienza cieca ai giudizi della mente ci spinge nel doloroso campo della preterintenzione. Andare oltre il voluto, dove arrivano sensi di colpa e rimpianti. Eppure dietro la necessità di dividere il giusto dallo sbagliato si nasconde il meccanismo spaventato della mente, che ha paura di quel che non conosce e ha bisogno di essere confermata.

Dietro tutti i meccanismi di dicotomia della mente si nasconde la paura di potersi dissolvere. Che succederà se dovessi scoprire di non avere ragione? Se dovessi veder sconfessate le mie opinioni e credenze? Se dovesse crollare l’impianto su cui mi sono organizzata? La mente teme la dissoluzione che è morte e scomparsa. Per questo attacca. Per questo ha bisogno della ragione.

E questi sono tempi in cui il divario fra torto e ragione sembra diventato il Verbo per ognuno di noi. La nostra religione privata, fatta di inoppugnabili prove razionali, offerte come su un altare votivo alle nostre convinzioni, mentre l’altro diventa sempre più lontano, ostile, nemico. Mentre dimentichiamo ogni giorno che abitiamo lo stesso lago energetico, e siamo dentro un Pianeta Scuola che respira come unico organismo di cui ognuno è cellula. Il Cielo vorrebbe ricordarcelo mentre ci guardiamo in cagnesco l’un l’altro per via di un vaccino o di una mascherina. Ma glielo consentiamo?

Quanto siamo ancorati al bisogno di sentirci confermati?

L’Archetipo della Vergine è il luogo della mente che analizza e allo stesso tempo la stazione sulla Ruota dello Zodiaco in cui si sperimenta la paura esistenziale. Dove separiamo in categorie nette la realtà, monta la paura dell’ignoto come una piena incontenibile. Dove pretendiamo che l’esistenza si pieghi alle nostre categorie mentali siamo destinati a vivere l’imprevisto e il caos. Il nero della notte.

Nel mito Licurgo è il quieto sovrano degli Edoni nella terra di Tracia. Il suo è un regno ordinato e prospero, governato da regole certe. La vita scorre disciplinata fin quando alle porte della città non si presenta un esercito mai visto prima. Guerrieri in arme e donne danzanti dalle chiome sciolte, in vesti generose alla vista. Leopardi e fiere schierati fra loro, Satiri con i loro strumenti e poi un Re mai visto. Coperto di pelli di animali bizzarri, condotto a braccia dai suoi fidi soldati.

Licurgo resta sulle mura della città incredulo. Gli viene inviata un’ambasciata dal bizzarro esercito. Dioniso, Dio della notte e dell’ebbrezza, il Dio del Caos, chiede di passare per potersi spostare verso l’India, ultima destinazione della compagine.

Licurgo non si fida. Giudica. Quelle donne danzanti che espongono cosce e seni lo indignano, l’ebbrezza che sembra accompagnare tutti lo offende nel profondo. Nel suo piccolo mondo non c’è posto per la diversità, non c’è margine per quello che esula dalla regola, dallo scontro feroce di giusto e sbagliato, torto e ragione.

Per questo rifiuta il passaggio al corteo di Dioniso. Figlio di Zeus e Semele, figlio del Re degli Dei e di una meravigliosa mortale di sangue reale, iniziato dalla Dea Cibele, madre di tutti i Divini, Dea ancestrale della Terra, all’arte della magia e del mistero.

Licurgo non sa con chi ha a che fare.

Preso infatti dalla smania di veder confermata la sua idea del mondo, del giusto e dello sbagliato, Licurgo rifiuta un favore a un principe Divino, a uno dei figli più cari di Zeus. Un figlio che Zeus ha amato al punto da cucirne il piccolo corpo all’interno di una sua coscia quando la madre morì prematuramente prima di poterlo partorire, un figlio che ha difeso con unghie e denti dalla vendetta di Era, come non accaduto con altre decine di creature generate fuori dal matrimonio reale. Dominato dalla necessità di avere ragione e ricondurre all’ordine il corteo guidato dal Dio, Licurgo arriva al punto di imprigionare le scandalose danzatrici nelle segrete del suo castello, disperdendo il resto degli adepti. Il Re lascia così calare la sua sentenza morale sulla parabola del corteo.

Dioniso allora finge di fuggire spaventato dalla repressione di Licurgo. Si nasconde presso la dimora della ninfa Teti che gli era stata bambinaia in infanzia e comodamente, a distanza, aziona la sua esorbitante magia. Licurgo nella notte, fra le lenzuola del suo letto, senza neppure poter brandire una spada, impazzisce completamente. Il mito si disperde in mille voci e storie sulla follia di Licurgo, ma risulta particolarmente toccante la visione di Igino, il quale riferisce che nella pazzia indotta stermina per intero la propria famiglia: madre, moglie e figlio. E questo bagno di sangue non placa l’ira di Dioniso, che lascia rinsavire Licurgo affinchè si renda conto delle proprie azioni e poi lo da in pasto alle belve del suo corteo, prima di attraversare indisturbato la città e spostarsi in India.

Licurgo allora è la rappresentazione dell’inconsapevolezza a cui il bisogno di sentirci confermati ci espone. Non accetta il rischio di veder sconfessata la propria visione dell’esistenza, non accetta il codice di cui Dioniso è portatore, lo confina nel cassetto del torto, dell’empietà, della vergogna. Copre le donne di Dioniso perchè non offendano la morale della sua gente, disperde gli ubriachi perchè non travino gli uomini della sua città. Rifiuta un polo per abbracciarne uno solo e ne paga le conseguenze: la follia, l’orrore, il sangue.

Quando radicalizziamo nel bisogno di aver ragione poniamo le premesse per la nostra stessa demolizione. Offriamo il fianco all’esistenza per mostrarci che la vita è molto più di quello che pensiamo, molto più vasta del perimetro del nostro giusto o sbagliato.

Allora il Plenilunio questo mese serve a comprendere in quale parte della nostra vita ci comportiamo con l’ottusità di Licurgo.

Dove ci rifiutiamo di concedere a chi ci sta accanto il beneficio della nostra accoglienza e tolleranza perchè quello che pensa ci offende o ci indigna o ci fa sentire insicuri?

Siamo certi di non lasciare fuori delle mura del nostro piccolo mondo certo un Dio potente?

Un alleato prezioso?

La possibilità di integrare cose ignote e per questo espansive?

Siamo più grandi della nostra ragione perchè siamo più grandi della nostra mente. E la ragione è della mente.

Buona Luna piena di torto scoperto e saggezza guadagnata.

Con Amore e Servizio

Francesca Spades

Se desideri un consulto puoi scrivere a : francescaspades@gmail.com

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