Luna Piena Ariete. L’importanza di essere visti.

La Luna Piena di questo mese accende un faro sul territorio delle nostre ferite più profonde, quelle che fanno parte del nostro bagaglio Karmico e si trovano fra le pagine della nostra storia da millenni. Chirone, indicatore celeste delle nostre fragilità infatti, si trova nel perimetro d’azione della piena lunare. L’Ariete è il campo astrologico di questo speciale incontro, che rischia d’essere ricordato a lungo. Ci sono punti della nostra carta natale che parlano dei nostri bisogni più ancestrali e altri delle esperienze di dolore che abbiamo registrato in relazione a quelle specifiche esigenze. Nel Cielo attuale saranno connessi e si specchieranno gli uni negli altri. La Luna infatti parla della nostra sete esistenziale, di quel bisogno di acquisizione e crescita che ci spinge a tornare e tornare nel Regno della Materia, vita dopo vita in cerca di appagamento, Chirone sta per i nostri luoghi di dolore, quelle tematiche che ci trovano vulnerabili e che aspettano guarigione da tempo. E la guarigione che sperimentiamo in questo piano di esistenza passa per la dualità, per l’esperienza di un polo e del suo opposto, fin quando l’oscillazione non costruirà una sintesi e la sintesi ci consentirà di innalzarci.

Le ferite che saranno attenzionate dalla carica lunare in questa fase hanno a che fare con la nostra autoaffermazione più genuina, con il diritto all’esistenza. Chirone in transito in Ariete dal 2018 disseppellisce le antiche questioni della nostra Anima legate alla capacità di rivendicare il nostro spazio al mondo. Di sentirci vivi ed esistenti. Di essere visibili per gli altri. Lo farà con pazienza certosina fino al 2027 in modo tale che tutte le situazioni legate al nostro diritto ad esserci siano completamente trasmutate. Quando la piena Lunare si associa a questo movimento trasformativo del Cielo allora la sensazione potrebbe essere quella di non poter più sostenere oltre dinamiche in cui la nostra presenza non riceva la debita considerazione. Il che potrebbe avvenire con eruzioni e rotture difficili da comporre, che si manifesteranno con la forza dirompente del Fuoco di cui il cielo è particolarmente gravido ultimamente ( Marte in Ariete e Venere in Leone).

Per quanto sia complesso ospitare l’energia di Marte, signore dell’Ariete, nelle nostre vite, a causa delle devastazioni che opera e dei rottami che lascia alle sue spalle, spesso tuttavia rappresenta l’unica via di crescita e liberazione. Quando accettiamo di combattere per rivendicare uno spazio esistenziale la realtà inevitabilmente si trasforma, e la trasformazione può comportare perdite e distacchi. Può comportare il dolore e la confusione della disarmonia. L’ammaccatura da accettare perchè le cose non restino quelle che sono. E quando la domanda che ci poniamo è: Esisto o no? Mi vedono o no nel mondo in cui cammino ogni giorno? La ferita sottostante è fra le più dure in assoluto. Si chiama Rifiuto.

Chi non si sente esistente sperimenta ogni giorno i No del mondo esterno in una litania di porte chiuse. Sperimenta il riflesso esterno della propria convinzione interiore di non meritare, di non essere all’altezza o di non aver diritto.

Il mito apre pagine commoventi sulla ferita da Rifiuto.

Efesto non era esattamente il bambino dei sogni da piccolo per esempio.

Sua madre Era l’aveva concepito, come altri suoi figli, per legare a sè il marito Zeus, sfuggente e fedifrago. L’aveva messo al mondo animata dal desiderio struggente di essere vista. Di poter esistere nel cuore di un compagno che l’aveva messa sul trono degli Dei come regina ma l’aveva dimenticata il giorno dopo senza riguardo Era indossava ogni giorno da secoli la pesante corona di un Regno in cui ogni onore le veniva concesso a parte stima e rispetto del consorte. La rabbia le dilagava nel cuore senza che ne fosse cosciente e avvelenava le sue gravidanze sistematicamente. Forse per questo Efesto si mostrò fra le braccia della levatrice già brutto al punto da sembrare deforme. Era, esasperata per aver messo al mondo l’ennesimo erede non conforme agli standard reali dell’altra prole del marito, un bimbo che fosse a livello della saggezza e grazia di Appollo ed Atena per esempio, decise di disfarsene, accecata dalla rabbia e dal sentimento di rifiuto che il mondo le aveva presentato puntuale. Nell’Iliade è scritto che fu lei stessa a scagliare il piccolo Efesto giù dall’Olimpo, sperando che morisse.

Il piccolo invece effettuò una rovinosa caduta. Rotolò fra rocce e asperità del terreno per un giorno intero. La sua carne venne straziata non meno del suo piccolo cuore rifiutato dalla donna che sola avrebbe dovuto amarlo di un amore incondizionato. Immaginate come lo trovò fra i flutti marini la ninfa Teti. Le sue mani pietose sollevarono dalle acque il piccolo coperto di sangue e abrasioni. Respirava ancora. Lo avvolse nel suo peplo, lo curò con le arti magiche delle ninfe Oceaniche, con quel potere di guarigione che appartiene al sale e allo iodio, con la pietà del cuore. Senza aspettarsi niente in cambio. E come sempre accade quando i nostri gesti sono sorretti dall’empatia pura e scevra di riconoscimento, i riconoscimenti arrivano copiosi. Il piccolo Dio infatti guarì e crebbe e iniziò quasi per caso a dilettarsi con i metalli. Era talmente talentuoso che la sua natura divina si indovinava ogni volta che, ancora infante, consegnava a Teti gioielli di una fattura rara e meravigliosa. Efesto giocava con il fuoco e non ne restava scottato, le sue mani appartenevano all’elemento igneo non meno di quanto Teti stessa appartenesse alle acque del mare.

E una sera, molti anni dopo, Teti ricevette un invito ufficiale a un evento di palazzo sulle alture dorate dell’Olimpo. Lasciò a casa il figlioccio sempre impegnato a forgiare oggetti straordinari, ma indossò alcune delle sue creazioni. Le dee dell’Olimpo non riuscirono a scollare gli occhi da quei monili mai visti prima e la stessa Era, la cui unica soddisfazione era spesso quella di risultare la più fulgida e sontuosa fra le divine, dovette bloccare la ninfa e chiedere spiegazione circa la fattura di certi preziosi oggetto di tanta ammirazione. Sulle prima Teti imbastì scuse, non volle raccontare di come avesse salvato quel piccolo divino rifiutato, ma Era la mise alle strette e nelle parole della ninfa ritrovò se stessa e il suo rifiuto. Rintracciò quel bambino talmente brutto da non poter essere accettato. Se ne pentì subito. Decise di avvicinarlo sotto mentite spoglie. Lo trovò in una caverna vicino al mare, dedito a forgiare, intento nelle sue opere di fuoco. Efesto mostrava ancora i segni delle sue ferite. Una gamba zoppa e un’andatura traballante. Ed Era comprese di essere stata proprio lei ad infliggergli quella menomazione. Il suo cuore arrabbiato pianse ma non lo dette a vedere. Gli commissionò un trono d’oro sperando di non essere riconosciuta. Efesto tuttavia comprese perfettamente chi fosse quella donna. Teti non gli aveva mai nascosto le sue origini e la sua storia. Sapeva che sangue scorresse nelle proprie vene. E allora la ferita da non esistenza, il grande rifiuto vissuto da Efesto, chiese il conto una volta e per tutte. Creò un trono meraviglioso e fulgido, cesellato finemente, e lo fece recapitare a palazzo. Era, completamente rapita dalla bellezza dell’oggetto, si sedette immediatamente e chiamò orgogliosa tutti i divini affinchè ammirassero il pezzo d’arte. Che tuttavia all’improvviso si fece stretto attorno ai suoi fianchi reali e non le consentì più di alzarsi. Le urla della Regina incastrata raggiunsero ben presto il marito che le chiese spiegazioni. Era non ebbe più scusanti nè voglia di mentire. Vuotò il sacco. Narrò tutta la storia dall’inizio alle orecchie del marito che paziente la ascoltò come fosse una bambina pasticciona e inconsapevole.

E di comune accordo i reali decisero che fosse tempo che quel figlio rifiutato e ferito tornasse ai fasti della famiglia a cui apparteneva. Perchè la sua divinità era stata provata dalla bellezza che le sue mani sapevano creare quando incontravano il fuoco e il metallo. Efesto venne cosi richiamato a palazzo perchè liberasse la madre dal tranello del trono, ma anche perchè restasse e venisse finalmente presentato a tutti come principe di sangue reale. Meritevole a tutti gli effetti del suo posto. Figlio di Era e di Zeus, degno fratello di ogni altro divino.

Allora le domande che il Cielo ci mette davanti adesso hanno proprio a che fare con il riconoscimento profondo di quel siamo. Dove ci sentiamo come Efesto? Confinati in una spelonca alle pendici dell’Olimpo? In quale campo dell’esistenza sperimentiamo l’incapacità di farci strada malgrado le nostre mani abbondino di doni e capacità? Dov’è che non siamo trattati da divini pur essendolo?

E se la questione fosse proprio il sentimento che di noi stessi abbiamo? Efesto non mancò mai di sapere quale fosse il proprio DNA. Seguì la sua naturale inclinazione artistica perchè era il connotato naturale e automatico di quella natura divina che altro non poteva fare che esprimersi. E noi facciamo lo stesso? Permettiamo ai gioielli che sappiamo creare di andare nel mondo e mostrarsi rivelando quel che sappiamo fare? Consentiamo a noi stessi quell’espressione che ci consentirebbe di bucare l’anonimato del rifiuto?

Il mondo esiste per specchiare le nostre inconsapevolezze.

Se il mondo non ci riconosce il primo mancato riconoscimento è dentro. Staziona in quella paura di non essere accolti che blocca la nostra voce, le nostre mani, il nostro pensiero. Talvolta anche il nostro cuore, facendoci aridi. Rendendoci duri.

Nell’Albero della vita della Cabalà il sentiero di saggezza connesso all’Ariete è Heh, ovvero la Finestra. La finestra cosmica che consente all’energia Divina di passare da Chockmah, emanazione della saggezza di Dio, a Tiphareth, espressione della Bellezza di Dio. Come dire che il fuoco dell’Ariete, la capacità di rompere, rivendicare, affermarsi nella vita, la capacità di Efesto di ammaliare con le sue creazioni, rappresenta la finestra aperta alla perfezione di Dio per manifestarsi nel mondo della materia.

E’ aperta o no nella nostra vita?

E non importa se è necessario rompere, distruggere, spezzare o demolire. Efesto non si è preoccupato di incastrare sua madre in una trappola inespugnabile e di sentirla urlare fino alle pendici dell’Olimpo. Non si è giudicato. Non si è raccontato bugie. Ha rivendicato quello che era suo, ha fatto in modo che il mondo vedesse il suo potere senza filtri.

Se non apriamo la finestra il mondo resterà dall’altra parte del vetro ad ignorarci.

Aprite. Urlate. Spaccate. Arrabbiatevi. Come Efesto davanti alla madre. Guadagnatevi il posto sull’Olimpo usando il fuoco.

E non esiste nessuno che non ne abbia. Il Fuoco è Dio. E Dio è ognuno di noi, solo parcellizzato e inconsapevole.

Siete fuoco tutti. Nessuno escluso.

Siete luce.

Siamo tutti amore.

Buona Luna Piena

Francesca Spades

per consulti privati scrivi a : francescaspades@gmail.com

se desideri partecipare ai corsi FB in partenza ad Ottobre di Astrologia Mito e Cabalà scrivi a : francescaspades@gmail.com

(imm. wattpad. com)

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