La sconfitta dei pianeti e la via del ritorno a casa (piccolo saggio)

Il seguente saggio è stato presentato al concorso Astrologico nazionale per nuove menti astrologiche edizione 2019 indetto dal CIDA (Centro Italiano Discipline Astrologiche) delegazione Lazio. Si è classificato al terzo posto. Lo condivido sul mio blog per chiunque abbia piacere di leggerlo.

Con carattere dell’uomo, ci avverte il vocabolario della lingua italiana on line, si intende l’insieme delle disposizioni psichiche di un individuo. In altre parole il modo in cui le persone si dispongono, ovvero si comportano, a fronte degli accadimenti che si trovano a fronteggiare nella loro esistenza.

E siamo liberi di stabilire come è fatto il caleidoscopio della nostra reattività a persone, fatti, circostanze e come esso dovrebbe agire? L’osservazione empirica direbbe di no quando non riusciamo a controllare la fila non riportabile di male parole che ci escono di bocca alla guida della nostra automobile per esempio.

Tuttavia a quanto pare, secondo alcune fonti, sembrerebbe proprio il contrario.

Secondo certe fonti tutto sarebbe stato scelto volontariamente e in piena coscienza.

L’insieme di queste disposizioni interiori chiamate carattere rientrerebbero, secondo queste certe fonti, in un piano scelto all’inizio della nostra esistenza, assieme ai donatori del dna che ci servono per acquisire materia ed iniziare il viaggio nel mondo dei sensi. Anzi tali disposizioni in verità le avremmo acquisite assai prima se dovessimo stabilire l’evento della nascita fisica come calcio di inizio di tutta la faccenda.

L’idea di Karma infatti presuppone due perni concettuali.

Il primo è l’esistenza di un principio spirituale immortale dentro l’uomo chiamato Anima.

Il secondo è la necessità di questo principio di espandersi fino a non poter più essere contenuto in un corpo fisico o dentro un’esperienza materiale poichè superflui.

Nel concetto di Karma la libertà si conquista in un percorso ad ostacoli che ha lo scopo di espandere i confini della nostra consapevolezza fino al punto in cui chiedersi se esista il bene o esista il male, che cosa sia il carattere di una persona e dove si situi la scelta in merito alla sua esperienza non avranno più senso alcuno.

La libertà nell’idea di Karma è imparare progressivamente a sapersi svincolare da qualunque scelta.

Perchè finchè è necessaria una scelta non c’è libertà  ma bisogno.

Di che cosa?

Di crescere. Di imparare, di integrare lezioni che attraverso vite e vite trascorse nel mondo materiale ci consegneranno quel livello di consapevolezza capace di annullare la scelta.

E qualora si annulli la scelta perchè non più indispensabile, allora si sarà affrancati dal movimento di cause e conseguenze che è il Karma.

Ciò premesso veniamo alle autorevoli fonti di cui sopra.

A metà del XIX secolo nasceva in un piccolo villaggio indiano chiamato Serampore un uomo che avrebbe scritto un testo intitolato  Holy Science. Il testo creava un primo ponte fra il sapere orientale yogico della Bhagavad Gita e quello occidentale Biblico. Un lavorone di sicuro, anche sacro. L’autore, un maestro Yogi chiamato Sri Yutkeswar, sarebbe diventato noto alle cronache in realtà molto più per aver fatto da Guru al celeberrimo Paramhansa Yogananda che per il libro in questione. Con mio personale rammarico debbo ammettere, perchè dalle pagine del suo allievo si comprende la caratura del personaggio e delle sue grandi intuizioni. Scrive infatti Yogananda nei suoi popolari diari che Yukteswar un bel giorno lo prese da parte e gli chiese a bruciapelo cosa pensasse dell’Astrologia. Così a secco. Li per li il pio Yogananda affastellò qualche parola ma finì per confessare di non nutrire alcuna fiducia per il mondo astrologico, nè per le predizioni dei suoi fautori. Il maestro ovviamente sapeva che il suo l’allievo parlava ancora con le parole della massa che ignora, che non conosce il vero ruolo dell’Astrologia nella comprensione del movimento del Karma. Di quella ruota di cause che scivolano nelle conseguenze. Ancora e ancora.

Dunque Yukteswar si fece serio, perchè lui l’Astrologia l’aveva studiata per bene, quella Vedica, quella sacra e acquisì il tono solenne dei moniti importanti affinchè le orecchie del giovane pupillo restassero bene impressionate, quando disse:

“Un bimbo nasce nel giorno e nell’ora in cui i raggi celesti sono in armonia matematica con il suo karma individuale. Il suo oroscopo è il ritratto che gli lancia una sfida, rivelando il suo immutabile passato e i suoi probabili esiti futuri”[1]

Tre righe appena in cui si addensano però tutti gli scopi del sapere Astrologico quando si mette a disposizione del Karma e delle sue leggi cosmiche.

Yukteswar sostiene che la carta natale di un individuo infatti sia il compito che egli si è assunto in ragione di una certa storia vissuta fino a quel momento, mossa da esperienze che trascineranno in avanti altri accadimenti non ancora venuti ad esistenza. Laddove c’è una sfida da raccogliere tuttavia c’è anche qualcosa da dimostrare, c’è l’inquietudine dell’insoddisfazione, di qualcosa che ancora non si è completamente ottenuto o raggiunto. E’ questa la propulsione del Karma. L’Anima che raccoglie la sfida e registra la necessità di incarnarsi ancora seguendo il flusso energetico di un dato cielo in una data ora e un dato giorno sente di non essere completa, sente ancora la necessità di spingersi oltre.

Oltre cosa?

O forse la domanda opportuna sarebbe oltre chi?

Yogananda all’epoca dei fatti era un giovanotto dentro un ashram con una voglia sfrenata di illuminazione, qualunque cosa significasse, saggio abbastanza comunque da comprendere che quelle parole erano importanti e avrebbe dovuto ricordarle bene. E ci riuscì dal momento che ne riportò anche il seguito sempre nei suoi diari molti anni dopo.

Il maestro infatti continuò dichiarando che il cielo di nascita di una persona “non è affatto volto a mettere in primo piano il suo destino, ovvero le conseguenze del male e del bene effettuato in passato, bensì a spronare la volontà umana a sottrarsi a una tale soggezione universale”. Continuò ancora il Maestro “ Ciò che l’uomo ha fatto egli stesso può disfarlo…il saggio sconfigge i propri pianeti trasferendo la sua lealtà dalla creazione al Creatore.[2] E qui il ribaltamento delle credenze comuni sull’Astrologia fu totale e dovette lasciare Yogananda con la testa piena di domande, perchè veniva svelata ai suoi occhi una scienza ignota. Uno strumento che serve a comprendere il linguaggio del Karma, a metterne nero su bianco i contenuti, ma a quale finalità? Non di certo per sentenziare e di sicuro non per inchiodare l’essere umano a un diktat di ineluttabilità chiamato sorte, ma per aiutarlo a comprendere come uscirne vittorioso e quindi libero.

Ma che significa dunque sottrarsi alla soggezione del destino?

Che significa concretamente sconfiggere un pianeta?

L’essere umano ha davvero un tale potere?

Il discorso sulla libertà quindi diventa necessariamente un discorso sul potere.

Il potere di imboccare la exit door dell’eterno divenire del mondo fenomenico.

La letteratura esoterica afferma in coro che il nostro è un mondo duale. Il principio è esposto in modo incontrovertibile nella quarta legge del Kybalion detta Legge di Polarità, laddove recita che “per ogni cosa c’è la sua coppia di opposti”. E questo schema deriva dal fatto che il nostro è un mondo creato da un Principio Primo da quale tutto deriva. Sempre il Kybalion afferma che il mondo è “mentale” è parte cioè della mente Divina. Deriviamo da un principio creatore e a sua immagine sappiamo creare. Più a monte dello strambo libello di cui sopra ( comparso di punto in bianco nel 1908 ad opera di ignoti quando forse era ora di riscoprire certe nozioni) esiste infatti un documento di autore certo che ci fuga ogni dubbio.

Il Tre Volte Grande Ermete infatti nella Tavola Smeraldina afferma chiaro e tondo che quello che è in alto è come quello che è in basso, che personalmente mi ha sempre mandata a sbattere mentalmente contro quel passo della Genesi (1,26-28) in cui si parla apertamente della creazione dell’uomo ad immagine e somiglianza di Dio.

Qual’è l’attributo divino per antonomasia se non creatore?

Dio crea in alto.

Noi creiamo in basso.

Creiamo le nostre gabbie personali. Il nostro bene e il nostro male. Quello che pensiamo sia il bene e quello che non vorremmo ma siamo convinti sia il male. E quando queste convinzioni vengono fecondate dalla forza della nostra energia allora diventano cause che generano conseguenze e danno vita a quel Karma che torna e torna fin quando non sarà tempo di comprendere, o forse semplicemente ricordare, che il potere è usabile in altro modo.

Ad esempio per sconfiggere un pianeta.

Raymond Merriman, una bellissima voce dell’Astrologia Evolutiva, sostiene che i pianeti non siano altro che lezioni da integrare nel corso di un’incarnazione[3] e ne fornisce anche una puntuale legenda.

Allora il senso della sconfitta di un pianeta passa più che altro per un’integrazione di sapere.

Un pianeta si sconfigge quando ha finito di impartirci la lezione che deve, sottoponendoci a un peculiare tipo di energia che ci è necessaria, e le cose ci sono necessarie quando rispondono a bisogni che sono alle spalle delle nostre scelte. Di tutte le nostre scelte.

Allora quello che facciamo quando la nostra Anima si trova in matematica armonia con i raggi del cosmo è operare una scelta precisa, basata su lezioni che dobbiamo digerire in qualche modo.

Ma chi ce lo fa fare dopo tutto? Chi ci comanda di doverci incarnare secondo le dinamiche e i gli schemi rappresentati dal nostro tema natale? Chi ci spinge a dover sconfiggere i pianeti che ivi sono contenuti secondo la loro disposizione per dirla come farebbe Sri Yukteswar al suo ignaro discepolo? Chi ci spinge in un mondo a tre dimensioni in cui sperimentare dolore, frustrazione, malattia, emozioni negative di ogni sorta? Accompagnati dalle nostre certe specifiche disposizioni psichiche e magari un certo naso, una certa capigliatura e certi vezzi che ci appartengono fin dal ventre della mamma?

In un certo qual modo è il nostro essere dei grandi smemorati.

Qualcuno sostiene che tutto il grande bisogno che abbiamo di imparare, la grande inquietudine esistenziale che portiamo dentro e che è alla base anche del nostro incarnarci non sia dovuto a null’altro che ad una grande amnesia.

La parabola dell’uomo ci viene spesso raccontata dalle Sacre scritture di ogni dove come la storia di una grande caduta. Dall’Eden siamo stati cacciati per disobbedienza. Dall’Eden ci siamo allontanati per il desiderio di conoscere. Di sapere che cosa fosse quella cosa chiamata Male. Cosa fosse l’ombra e cosa la paura. Le immagini Bibliche utilizzano il linguaggio delle fiabe per renderci accessibili concetti in vero assai complicati. Ma che si sia trattato di un allontanamento da un punto/luogo/essere di perfezione è un’idea che aleggia nella coscienza del mondo dalla notte dei tempi. Tutti sanno che è così. Nella cristianità quel luogo era il giardino di Dio in cui vivevamo senza pudori e senza bisogni. Nella Scienza Sacra di Sri Yukteswar è quel ciclo o età cosmica denominata Satya Yuga, l’era della comunione totale con il Divino. Per Esiodo si trattava dei tempi mitici del Regno di Crono, come scritto ne Le Opere e i Giorni  e così per Ovidio, che nelle Metamorfosi  parla di un tempo in cui “senza bisogno di giustizieri, senza bisogno di leggi, si onoravano la lealtà e la giustizia”[4].

Dunque siamo caduti dal nido. Sembrerebbe proprio che ci siamo progressivamente allontanati da un centro di perfezione per fare esperienza.

In un meraviglioso testo intitolato No Time for karma Paxton Robey racconta la caduta dell’uomo sostenendo che un tempo eravamo meravigliosi esseri luminosi e incorporei abituati a vivere in una realtà con un numero infinito di dimensioni, poi abbiamo desiderato viaggiare, conoscere altri luoghi e sapere un mucchio di cose e piano piano, di viaggio in viaggio, siamo finiti in un piano 3D e le sue parole giocano ma ci rivelano grandi cose quando scrive “ Non avevamo mai provato la solidità prima d’ora. Giochiamo! Io voglio essere una capra, io un albero. Io un uomo. E’ fantastico quaggiù! Però…però torniamo a…cosa? Dove? Mi sono dimenticato. Dov’è la finestra? Dov’è la porta? Oh Oh…credo di essere in trappola.”[5]

Ci siamo dimenticati. Attraverso la caduta ci siamo progressivamente dimenticati chi siamo e da dove veniamo. E ci siamo anche dimenticati che infondo sapevamo già tutto.

Nella filosofia ermetica la caduta è descritta come un atto inconoscibile dell’Uno, quel movimento per cui l’Uno decide di diventare Due, per specchiarsi a se stesso. E allora il movimento che da Dio porta all’Io è un movimento di perdita sotto tanti profili. Anche e soprattutto di memoria.

Ogni volta che penso al motivo per cui incarniamo non posso far altro che perdermi nelle domande di un mito connesso all’archetipo dei Gemelli. Perchè questo desiderio straziante di sapere è una tematica Mercuriale per eccellenza, ma Mercuriale è anche la profonda nostalgia di qualcosa che è perduto. La storia di Narciso i più la conoscono per essere la parabola di un ragazzo bellissimo e crudele che respinge così malamente la povera ninfa Eco da condannarla a morire sola in mezzo ai boschi consumata dalla propria passione. Un cuore duro e mancante di empatia, pieno di autoreferenzialità insomma. E sono invero caratteristiche che il Gemelli può possedere. Quell’ignoranza noncurante dell’emozione altrui. Tuttavia l’autore Pausania ne da una versione molto più toccante e interessante[6]. Narciso aveva una sorella gemella. Con essa cacciava nei boschi ed egli la amava teneramente. Quando questa morì, distrutto dal dolore, Narciso sperimentò il senso di incompiutezza che deriva dalla rottura di un’unità che nutriva il suo cuore. Un giorno si trascinò piangente presso una fonte e quando vide nell’acqua il suo riflesso pensò di scorgere la gemella morta. Cadde e annegò nel tentativo di abbracciarla ancora una volta e per pietà Zeus lo trasformò in un meraviglioso fiore.

Narciso siamo noi tutti.

Narciso è l’uomo che ha perso la sua interezza.

Che vive incompleto agognando nel fondo di se stesso l’unità con Dio che un tempo fu il suo pane.

E Mercurio, il piccolo degli Dei, è quello che fermo non sa stare. E’ il Dio del fermento, dell’impollinazione nevrotica dell’inizio d’estate, il Dio della velocità, dello spostamento. E’ uno che si muove e che ha le ali ai piedi.

E il Karma cos’è se non un perpetuo movimento? 

Dunque se dobbiamo sconfiggere i pianeti con cui siamo venuti al mondo, con le loro quadrature e opposizioni, con i loro luoghi di esilio e di caduta, con i movimenti faticosi e dolorosi che spesso ci rifilano cammin facendo è perchè stiamo in buona sostanza tentando di fermare le nostre oscillazioni e magari ricordare da dove veniamo, chi siamo. I pianeti in questa ottica sono i nostri migliori amici, i grandi risvegliatori della nostra coscienza. E finchè il ricordo non sarà completo il movimento sarà necessario, e così i pianeti e il nascere in armonia con le loro energie nel mondo materiale.

Da questo punto di vista direi che di libero arbitrio si potrà parlare al più quando tutto sarà illuminato nella nostra coscienza, non un minuto prima. Quando sapremo esattamente, come afferma Paxton Robey, dove sta quella porta, quella finestra da cui si ritorna a casa e come si sta in casa.

Maria Grazia Albanese ha messo in evidenza come l’Astrologia sia in buona sostanza un mezzo di memorizzazione[7], perchè gli astri furono l’unico modo che agli albori dei tempi gli uomini avessero a disposizione per scandire il tempo e il susseguirsi degli eventi. La facoltà divinatoria è emersa successivamente nel corso dei millenni quando è iniziato lo sfrenato bisogno mercuriale di conoscere, figlio dell’amnesia collettiva, che si è portato anche dietro il  bisogno convulso di anticipare gli accadimenti per non essere colti impreparati. Il concetto per cui l’Astrologia sia uno strumento che aiuta il ricordo può a mio avviso essere valido anche in una chiave simbolica più profonda. Di certo serviva ai nostri progenitori per orientarsi nello spazio-tempo, ma è strategia di ricordo anche su un piano più strettamente esistenziale.

Attraverso gli archetipi e i loro significati è possibile conoscere chi siamo.

E’ possibile capire il piano che ci siamo assunti nascendo in ottica Karmica.

Ed è niente meno che Platone ad insegnarci che conoscere è ricordare quando dimostra che anche un umile servo incolto può ricordare concetti geometrici importanti sotto la giusta direzione[8]. Se infatti dalla perfezione ontologica ci siamo mossi di certo in quell’Unicum tutto era presente e tutto era conosciuto.

Allora diventa possibile, grazie al sapere astrologico, ricordare chi veramente siamo e risalire la china di quella caduta che ci ha portati a confondere la nostra natura con la mortalità e la pesantezza della materia.

La grandezza dell’Astrologia è quella di riportaci a casa e non c’è un servizio più grande che si possa rendere all’essere umano.

Attraverso essa il carattere di un individuo può essere sviscerato e compreso per quello che è, ovvero uno strumento che serve all’Anima per fare esperienza nel mondo fenomenico. Scrive ancora la Albanese “La parola carattere significa letteralmente la risposta caratteristica, scontata e automatica che un essere ha nella vita…e questo può portare l’uomo ad essere schiavo delle sue tendenze” o in altre parole a restare in uno stato di torpore in cui il suo viaggio di ritorno all’Uno è imbrigliato nelle spire della grande amnesia che ci caratterizza tutti.

Il ruolo delle nostre disposizioni psichiche o tendenze automatiche allora è strumentale al nostro ricordare/conoscere e anche la lotta che ciascuno di noi è chiamato ad ingaggiare con tali parti di se per recuperare il proprio patrimonio identitario divino. Quella lotta che infondo ci porta a sconfiggere i pianeti del nostro tema natale che di queste parti sono i rappresentanti celesti. Abbiamo bisogno di una guerra intestina, combattuta ogni giorno con i caratteri che abbiamo impressi dalla nascita per comprendere che esistiamo al di là degli stessi in un luogo superiore. Abbiamo bisogno di ricomporci dalla frantumazione di quegli aspetti e di convergere in unità.

Un grande del nostro Paese qual’è stato Roberto Assagioli sosteneva che ciascuno di noi si barcameni come meglio può nella molteplicità delle proprie interne disposizioni, a cui diede il nome di subpersonalità. Degli aspetti che sono sub, ovvero sotto quello che realmente siamo e che invece va scoperto in un lavoro di trasmutazione continua, che egli avrebbe chiamato sintesi, o meglio Psicosintesi. Così scrive infatti nell’Introduzione di Psicosintesi per l’armonia della vita : “L’unità è dunque possibile. Ma rendiamoci ben conto che essa non è un punto di partenza, non è un dono gratuito; è una conquista, è l’alto premio di una lunga opera. Opera faticosa, magnifica, varia, affascinante, feconda per noi e per gli altri”. [9]Un’opera che potremmo chiamare vita, incarnazione o viaggio.

Non sorprende affatto che l’autore di un tale pensiero fosse un profondo estimatore del sapere astrologico, che abbia contribuito alla divulgazione dell’Astrologia esoterica collaborando con Dahne Rudyhar e intrattenendo rapporti epistolari con Alice Bailey per un lungo periodo della sua esistenza, in un’epoca per altro in cui in ambiente scientifico accostarsi a certe tematiche era ragione di rifiuto e stigma.

E nelle parole di Assagioli sembra quasi di sentire l’eco di quelle di Yukteswar. Le guerre dichiarate ai pianeti, a quelle parti automatiche e predisposte dalla nostra origine, è l’unica via del ritorno alla casa del Padre.

Il primo passo è ovviamente riconoscerle. Osservarle in quello sforzo di attenzione e coscienza che è parte delle vie iniziatiche di tutto il mondo da oriente ad occidente.

Indovinate chi può permetterci di proiettare un gran fascio di luce su quel manipolo di subpersonalità, automatismi, tratti definiti e innati che ci corredano dalla nascita?

Un buon astrologo.

Che è un individuo Mercuriale nel senso più profondo che si diceva poco sopra. Un individuo che avverte profondo il richiamo del piano mentale, la sete di quella conoscenza che diventa frenesia nostalgica di ritorno all’origine, al ricordo Platonico di una saggezza preesistente e perduta. Un individuo, come ci avverte ancora e nuovamente il buon Sri Yukteswar, che dovrebbe essere “di profonda comprensione”[10]dal momento che l’Astrologia è materia troppo vasta sia matematicamente che filosoficamente per essere esattamente dominata. E se talora nelle fila degli esponenti di questa immensa disciplina si trovasse qualche elemento non completamente in linea con la grandezza del suo intento è perchè siamo in un mondo imperfetto e ci avverte ancora il saggio maestro di Yogananda “non bisogna mai liquidare la saggezza assieme ai saggi”

Francesca Spades

(imm. Pinterest)

BIBLIOGRAFIA

[1] “Autobiografia di uno Yogi” Ananda Edizioni 2010 pag 224

[2] “Autobiografia di uno Yogi” Ananda Edizioni 2010 pag. 225

[3] “Astrologia Evolutiva” – Raymond Merriman – Edizioni Crisalide pag. 49

[4] Ovidio “Metamorfosi” (1-89-90)

[5] “No Time for Karma”- Paxton Robey- Edizioni Spazio Interiore pag.125

[6] Lo riporta Maria Grazia Albanese in “Zodiaco linguaggio dimenticato”- Edizioni Mediterranee 1990

[7] “Zodiaco Linguaggio Dimenticato” Maria Grazia Albanese – Edizioni Mediterranee pag. 16

[8]Menone” Platone Parte III Cap. XX

[9] “Psicosintesi per l’armonia della vita” Roberto Assagioli Astrolabio pag.20

[10] Autobiografia di uno Yogi” Ananda Edizioni 2010 pag 222


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